La risposta breve è che il futuro con gli LLM non è scritto: dipende dalle scelte che facciamo su come usarli. Riprendo un bel post di Tom Renner, LLM inevitabilism, che mette in discussione l'idea che l'ascesa dei Modelli Linguistici di Grandi Dimensioni sia inevitabile, e lo affianco a ciò che leggo nel dibattito online, dai forum specializzati ai social media. Il web, come un grande specchio delle nostre speranze e paure collettive, si mostra profondamente diviso.
L'argomento di Renner
Renner chiama "inevitabilismo" la convinzione che certi sviluppi siano impossibili da evitare. Se il futuro è dato per fisso, l'unica risposta ragionevole è prepararsi, non discutere. Chi immagina un'alternativa viene liquidato come uno che "ignora la realtà", e restano degne di conversazione solo le posizioni che accettano la premessa.
L'autore porta come esempi le dichiarazioni di Mark Zuckerberg, Andrew Ng e Ginni Rometty, tra cui "AI is the new electricity" e "AI will not replace humans, but those who use AI will replace those who don't". Il suo rilievo è che frasi del genere spostano la domanda da "vogliamo questo futuro?" a "come ci adatteremo?". Renner dice di non essere convinto che gli LLM siano il futuro, né che siano il futuro che desidera, e invita a non lasciare che questo schema tolga la possibilità di scegliere.
Il fronte dell'entusiasmo
Da un lato c'è un'ondata di puro entusiasmo. Si leggono ovunque racconti quasi miracolosi di professionisti che, grazie a strumenti come GPT-4, hanno ridotto ore di lavoro a pochi minuti: programmatori che superano ostacoli complessi, creativi che trovano nuove ispirazioni, manager che ottimizzano processi fino a ieri impensabili. Per questi tecno-ottimisti gli LLM non sono solo un'altra innovazione, ma una rivoluzione, una "nuova elettricità" destinata a trasformare ogni aspetto della nostra esistenza, proprio come ha fatto Internet.
Il fronte della cautela
Dall'altra parte dello specchio digitale il sentimento è ben diverso. Un coro di voci critiche suona un campanello d'allarme: un'eccessiva dipendenza da questi strumenti potrebbe portare a un'atrofia delle nostre competenze. "Cosa succederà quando non sapremo più fare le cose da soli?", si chiedono in molti. Aleggia lo spettro delle bolle tecnologiche passate, come quelle legate al mondo crypto o al metaverso, e il timore che l'euforia attuale si riveli un fuoco di paglia, lasciandoci con più problemi che soluzioni.
Sono preoccupazioni da prendere sul serio. Chi usa questi strumenti ogni giorno sa che la comodità ha un prezzo, se si smette di capire ciò che si delega.
La via pragmatica
Tra i due estremi si fa strada una visione più sfumata: il punto non è l'inevitabilità della tecnologia, ma la nostra capacità di guidarla. Gli LLM sono uno strumento, potente e versatile, ma pur sempre uno strumento.
L'analogia più utile è quella dei fogli di calcolo. All'inizio furono visti con sospetto, poi hanno democratizzato l'analisi dei dati, dando a milioni di persone poteri prima riservati a pochi specialisti, ma introducendo anche nuovi tipi di errori e complessità. Con gli LLM vale lo stesso schema: più accesso, più produttività e più modi di sbagliare senza accorgersene.
Tradotto in pratica, un approccio pragmatico significa:
- usare gli LLM dove il guadagno è verificabile, non per principio;
- controllare i risultati, soprattutto su codice, dati e fatti;
- mantenere le competenze di base, per non dipendere da ciò che non si sa valutare;
- decidere noi dove l'automazione ha senso, invece di subire un calendario deciso da altri.
Una posizione prudente
L'utilità degli LLM nel lavoro quotidiano è difficile da negare, ed è proprio per questo che conviene diffidare di chi presenta l'adozione come un destino. Ho iniziato con un IBM 8086 nel 1985, e da allora di tecnologie annunciate come inevitabili ne ho viste passare tante: alcune hanno cambiato tutto, altre sono sparite. Ciò che distingue le une dalle altre raramente è la tecnologia in sé, quanto la qualità delle scelte fatte da chi la usa. Per questo ha senso giudicare gli LLM per ciò che producono nel lavoro concreto, caso per caso, e non per la narrazione che li accompagna.
Che cosa ci dice il dibattito
Stiamo attraversando un momento di profonda incertezza e di straordinario potenziale. Il web non ha ancora emesso un verdetto unanime, e forse non lo farà mai. L'unica certezza è che la conversazione è appena iniziata e le conclusioni a cui arriveremo, come singoli e come società, plasmeranno il modo in cui vivremo e lavoreremo domani.
La lezione di Renner, che condivido, è che "inevitabile" è una parola da maneggiare con cautela: chi la usa sta quasi sempre chiudendo una discussione che dovrebbe restare aperta.



