Il Web3 oggi è soprattutto un ecosistema di cripto-finanza, ma la sua parte più solida resta la crittografia: firme digitali, chiavi private e, sempre più spesso, hardware dedicato che le protegge. È la conclusione che emerge da un'intervista di Dina Genkina, editor di computing e hardware di IEEE Spectrum, a Riad Wahby, professore di ingegneria elettrica e informatica alla Carnegie Mellon University e cofondatore di Cubist, una piattaforma di sicurezza hardware per il Web3. L'intervista è stata pubblicata l'8 settembre 2025 con il titolo How Cryptocurrency Captured the Dream of the Decentralized Web.

Oggi si usa "Web3" come sinonimo di "token" e si perde di vista che dietro c'era un'idea di infrastruttura. Vale la pena ricostruirla.

L'idea originaria: un internet senza intermediari

Secondo l'articolo, il termine fu coniato da Gavin Wood, cofondatore di Ethereum, per descrivere una versione sicura, decentralizzata e peer-to-peer di Internet. L'architettura immaginata si basava su blockchain e rete peer-to-peer, senza bisogno di grandi data center o fornitori terzi.

Va detto che la paternità del termine non è raccontata in modo uniforme. Lo stesso Wahby colloca la nascita dell'espressione intorno al 2014, come reazione alle piattaforme del Web 2.0 (Google, Facebook, Microsoft): una reazione alla perdita di privacy e al fatto che l'utente fosse diventato il prodotto. L'obiettivo dei primi sostenitori era riprendere il controllo dei propri dati, magari attraverso criptovalute e blockchain. Wahby riassume lo spirito dei primi sostenitori così: voglio essere proprietario dei miei dati, e forse criptovalute e blockchain sono la strada per arrivarci. L'articolo non concilia le due ricostruzioni, e non posso farlo io al suo posto: le riporto entrambe.

Quando il Web3 è diventato cripto-finanza

Qui il punto di vista di Wahby è netto: lo spirito rivoluzionario si è spostato verso la costruzione di prodotti finanziari. Oggi con "Web3" si indica l'insieme di criptovalute e tecnologie basate su blockchain, compresa la speculazione sulle meme coin. Molte risorse sono finite nei token a scapito di infrastrutture utili alla comunità.

Il boom ha però avuto anche effetti concreti sulla crittografia:

  • Più ricerca finanziata: tecniche avanzate, che prima restavano in ambito accademico, arrivano ai prodotti molto più in fretta.
  • Più pressione a rilasciare: la fretta ha prodotto anche qualche cedimento crittografico, secondo Wahby.
  • Perdite quasi sempre da disonestà: nella sua valutazione, la maggior parte dei soldi persi dipende da comportamenti scorretti, non da algoritmi violati.

Perché la sicurezza hardware conta

Una transazione blockchain è autorizzata da una firma prodotta con una chiave privata, che chiunque può verificare con la chiave pubblica. Chi possiede una copia della chiave privata può spendere i fondi, e a differenza di un bonifico bancario l'operazione non è reversibile. Una chiave salvata su disco può essere rubata in silenzio da un malware: l'articolo cita campagne di vaste proporzioni che hanno compromesso le chiavi di molti utenti.

La risposta descritta da Wahby sono gli HSM (hardware security module): dispositivi fisici che generano le chiavi e producono le firme, dove la chiave non lascia mai l'hardware. Nelle sue parole, questo trasforma un dato in un oggetto fisico che si può mettere in sicurezza.

Cubist estende il modello in due direzioni:

  1. operazioni crittografiche più rapide e specifiche per il Web3, adatte al trading attivo;
  2. politiche associate alle chiavi, che limitano quali firme sono ammesse (per esempio verificare che il destinatario di un pagamento non sia sotto sanzioni).

Per farlo l'azienda affianca all'HSM un ambiente di esecuzione fidato (Trusted Execution Environment) e un livello di policy programmabile.

Il rischio è nella chiave, non nell'algoritmo

Il punto più utile è questo: se la maggior parte delle perdite nasce da disonestà e da chiavi sottratte, il problema pratico del Web3 non è la matematica ma la custodia. Un algoritmo solido non protegge una chiave lasciata su un disco, e un'operazione irreversibile non perdona gli errori. Per questo l'hardware dedicato, con policy che limitano cosa si può firmare, è una delle risposte più concrete emerse dal settore.

Cosa resta del Web3

La lezione è abbastanza chiara: la tecnologia dovrebbe essere al servizio delle persone, e la visione di un web aperto, trasparente e accessibile resta valida anche se il mercato l'ha deviata. La crittografia e la sicurezza hardware sono gli strumenti per proteggere privacy e transazioni senza dipendere da un intermediario, ed è lì, più che nei token, che si trova la parte utile del Web3.

Il dibattito sul suo futuro resta aperto. Per chi vuole approfondire è utile leggere l'intervista completa: spiega con chiarezza perché la sicurezza delle chiavi sia il vero nodo tecnico.